Archeotuscia Viterbo - Associazione Archeologica Onlus

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Il diario di Mario

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IL DIARIO di Mario Tizi, socio di Archeotuscia – Considerazioni durante le escursioni.

01/ SALVIAMO LA TUSCIA: L’adesione all’associazione viterbese Archeotuscia nata di recente, mi ha consentito di partecipare a periodiche escursioni sul nostro territorio. Ho potuto scoprire così a due passi da casa suggestivi angoli della Tuscia, sconosciuti alla gente e spesso in stato di abbandono. Le visite mi hanno provocato un duplice ordine di riflessioni. Il primo può essere espresso così: la gente conosce solo superficialmente la nostra provincia e se non la conosce non la può né apprezzare, né difendere. Il secondo è questo: l’eredità archeologico-naturalistica largamente presente nel nostro territorio andrebbe trasformata in ricchezza.
Una ricerca del CNR in collaborazione con l’Università di Lecce ( condotta anche con rilevamenti satellitari ) ha individuato 444 punti di interesse archeologico da portare alla luce, nella sola zona tra Soriano e Vignanello, contro la quarantina di quelli che si conoscono. E questo conferma una cosa che già sapevamo: la densità archeologica della Tuscia è fra le più alte d’Italia. A questo cospicuo patrimonio, corrisponde un altrettanto cospicuo utilizzo di queste risorse? Esiste, cioè, un fervore di studi, di opere, iniziative, di attività imprenditoriali tali da alimentare una concentrazione di interesse nei riguardi della nostra terra e un consistente e legittimo flusso turistico?
Forse io sono un po’ distratto, ma a me è dato di vedere troppo spesso gioielli archeologici che vanno lentamente in rovina, sopraffatti dalla vegetazione, dall’erosione, dall’insensibilità e una incredibile incuria da parte dell’uomo. Tremila anni fa i popoli che vennero dal Mediterraneo orientale scelsero la Tuscia per l’aria buona, le acque, la terra fertile, i luoghi protetti, le risorse minerarie, la fauna. Oggi tutti noi svendiamo questa eredità per un piatto di lenticchie e lasciamo che il nostro territorio divenga la sede di discariche di rifiuti tossici, della centrale più grande d’Europa e luogo di stoccaggio di centinaia di bidoni di conserva di pomodoro avariata. Dove è finita la cultura degli Etruschi, fatta di sensibilità, di armonia, di conoscenza, visione del mondo, senso della natura e dell’uomo?
Salviamo la Tuscia!
Questa è l’idea che dovrebbe comparire nei programmi di ogni nostro Comune. Salviamo la Tuscia, la sua identità, la sua unicità. Facciamola conoscere, facciamola amare, interessiamo gli organismi internazionali. Come riuscirci dovrebbe essere un compito di coloro che si dedicano all’amministrazione della cosa pubblica. Intanto i Comuni potrebbero fare pressione sulle scuole: accanto alla storia nazionale andrebbe fatto spazio, senza aggravio per gli insegnanti, per un serio programma di storia locale, in modo da alimentare l’amore per la propria terra fin dalla più tenera età. Viterbo ,poi, potrebbe unirsi agli altri centri attraversati dalla via Clodia per costituire un grande Parco Archeologico dell’Etruria Interna. L’area di Norchia, rimasta come ce l’hanno lasciata dopo l’abbandono del medioevo, è un unicum da preservare con ogni mezzo. Insieme si può avere una visione più larga e disegnare progetti più ampi. Da soli si rimane chiusi dentro le dinamiche del proprio villaggio e si va in rovina La storia delle città etrusche sottomesse da Roma ce lo insegna!

02/ - SANTA CECILIA (BOMARZO): Usciamo dalla superstrada allo svincolo per Bomarzo e imbocchiamo l’ortana. Una strada in terra battuta sulla sinistra ci consente di scendere nella valle di Fosso Castello. Ci attende un corso d’acqua che si fa strada fra le rocce dove sono presenti buche circolari, chiamate “pile”. La vegetazione giunge in prossimità delle sponde. Camminiamo intirizziti e al freddo intenso qui si aggiunge una palpabile umidità. Superiamo una stretta galleria dal pavimento selciato e raggiungiamo i ruderi del primo molino medievale. Le dimensioni sono modeste, quante ne consente lo spazio tra la parete rocciosa e la riva. Rimangono le ruote di pietra e tracce del sistema idraulico. Continuiamo a camminare fino al secondo mulino. Alla sinistra osserviamo manufatti ipogei e addossate alla roccia che fa da parete al sentiero sono ancora visibili rudimentali mangiatoie. Qui potevano riposare e mangiare gli animali da soma che trasportavano il grano da macinare e riportavano indietro i sacchi di farina. Proseguiamo il percorso e in prossimità di un ampio gomito abbiamo proprio sopra le nostre teste la Torre di Chia, che nel medioevo presentava un vero e proprio castello munito di un’ampia cinta muraria. E’ chiamata anche Torre di Pasolini, perché appartenuta al celebre regista che vi si rifugiava per scrivere e riflettere. Prima dell’acquisto aveva composto una poesia che esprime chiaramente il suo rapporto con le nostre terre: Ebbene ti confiderò, prima di lasciarti/ che io vorrei essere scrittore di musica/ vivere con degli strumenti/ dentro la torre di Viterbo che non riesco a comprare/ nel paesaggio più bello del mondo, dove l’Ariosto/ sarebbe impazzito di gioia nel vedersi ricreato con tanta/ innocenza di querce, colli, acque e botri/ e lì comporre musica/ l’unica azione espressiva/ forse, alta e indefinibile…
Il sentiero comincia a salire e si snoda a mezza costa fra una fitta vegetazione. Siamo nella zona di Poggio Casale e la nostra destinazione è il villaggio altomedioevale di S. Cecilia. Un agglomerato di ricoveri e abitazioni di fortuna ricavato fra i numerosi macigni vulcanici disseminati nel terreno e fra la folta vegetazione. Un luogo eccellente per nascondersi durante il triste periodo delle invasioni barbariche e continuare a vivere. S. Cecilia, però, si può raggiungere anche in modo più rapido e agevole. Ad un chilometro circa da Bomarzo si può prendere la strada che porta al campo sportivo. Da qui si percorre a piedi un viottolo che conduce ad un piccolo spiazzo roccioso adibito ad area da pic-nic. Si prende poi un sentiero inciso nel tufo e dopo vari saliscendi si giunge al villaggio.
Rocce, pietre, grossi macigni irregolari affiorano tra querce, rovi, edere e muschi presenti dovunque. Man mano che procediamo l’occhio attento si abitua ai numerosi segni lasciati dalla mano dell’uomo. Qui numerosi buchi servivano per inserirvi i pali di un tetto per un ricovero di fortuna e la faccia del masso forniva una solida parete. Là è visibile una vasca ricavata alla sommità della roccia e molti blocchi tufacei presentano ampie nicchie che servivano da credenza e accoglievano i pochi oggetti di uso quotidiano necessari in queste rudimentali abitazioni. Alcune sono accennate, in altre la roccia è lavorata per ricavare ambienti più confortevoli. Dal luogo si riceve la precisa sensazione che l’impulso alla vita è forte anche nelle situazioni più disagevoli e lentamente si riorganizza e fa il suo corso. Esplorando il villaggio, accolti dal silenzio, identificando i segni, siamo completamente immersi in una pagina di storia e accumuliamo emozioni che non può rendere né parola, né pagina di libro. Qui tutto sa di precarietà e di durezza. Lontani anni luce lo sfarzo, le comodità, lo spreco. Si respira l’incertezza, la vigile apprensione, la fatica per sopperire alle necessità della vita quotidiana. Ci coglie il grido di orrore alla vista degli invasori assetati di saccheggio e di sangue, l’ansia per non rivelare la propria presenza, la necessità di mettere in salvo i bambini. Ma cogliamo anche i segni che, allontanato il pericolo, la vita riprende il sopravvento. Seminascosto tra le foglie scorgo un bordo semicircolare ricoperto di muschio immediatamente sotto un esiguo manufatto e per le strane associazioni che si producono nella nostra mente il mio pensiero corre in un lampo al grosso tino di legno che da bambino avevo visto utilizzare dal nonno. Rivedo il foro per l’uscita del vino praticato nel fondo e la buca ricavata sotto per sistemarvi il recipiente. E infatti, tolte le numerose foglie, ho sotto le mie mani una pestarola. Quanto vino avranno prodotto? Serviva a più famiglie? E dove era situata la vigna se qui è tutta macchia, per sfruttare la protezione e nascondersi?
Camminando cauti fra le pietre ci accorgiamo di un particolare importante. Nonostante la giornata rigida il luogo dove sorge il villaggio ha un clima mite, riparato come è dai venti e ben esposto al sole. Certo i nostri progenitori possedevano una competenza nella scelta delle posizioni favorevoli per il clima e la difesa che abbiamo perduto a favore di una tecnologia che ci rende facilmente arroganti e dimentichi delle più elementari norme di prudenza.
Continua l’esplorazione dell’antico pagus dove riusciamo a individuare avanzi di focolari, cataletti di scolo per le acque, buche ed incassi per conservare l’indispensabile, infiggere travi per sostenere coperture e tetti. Poi su due spiazzi ricavati sopra i massi più grandi e invasi dal muschio, i resti evidenti di una minuscola chiesa e attorno numerosi sarcofagi di ogni misura e dalla caratteristica forma che riproduce il corpo umano. La chiesetta era di pietra e i conci lavorati e squadrati con cura, sono tutti ammucchiati così come sono caduti. Gli archetti ciechi che l’adornavano ricordano quelli della basilica di S. Pietro a Tuscanica e l’abbiamo trovati anche nei ruderi della chiesa di Norchia. Il complesso è una chiara testimonianza che la vita è più forte del pericolo incombente e continuato e lentamente si riorganizza. La spinta è sempre la stessa: i bisogni della vita quotidiana, il vantaggio di rimanere insieme e dare un minimo di regole alla comunità. Le invasioni seguite al crollo dell’Impero Romano non spensero la fede e questo villaggio che durò fino a che durò lo stato di necessità ne è la prova eloquente. Anche in condizioni estreme i credenti conquistati dalla nuova fede vollero avere la loro casa di preghiera e vollero stringersi attorno ad essa anche dopo la morte. Non posso fare a meno di soffermarmi su una considerazione.
Il desiderio di rimanere vicino ad un eroe o ad un personaggio illustre dopo la morte c’era anche nel mondo pagano. Ma ora è operante una consapevolezza nuova: negli uomini di questo periodo s’è fatta strada la differenza fra la vera fede e le superstizioni pagane. Stare vicino, quasi a contatto fisico, con chi l’ha professata doveva sembrare un pegno di salvezza e una solida promessa di vita eterna. E un’altra considerazione ricaviamo da luogo. Sta iniziando la pratica di seppellire i morti dentro i centri abitati. La legislazione romana era chiara: necropoli e sepolture dovevano avvenire fuori delle città. Anche le catacombe cristiane rispettano queste norme e venivano costruite lontano dai centri abitati, seppure con criteri improntati ad una nuova visione della vita e della morte.
La visita a S. Cecilia volge al termine e ci accingiamo a ritornare dentro le pareti delle nostre case e alla vita quotidiana. Lì siamo stati momentaneamente dentro una pagina di storia che non è presente nei libri di testo e abbiamo vissuto emozioni ed atmosfere che nessun documentario può rendere.

S. GIULIANO (BARBARANO ROMANO): A sud della nostra Provincia, prima di Oriolo Romano che fa da sentinella al viterbese e lungo la direttrice che da Norchia va verso Roma passando per Blera, troviamo Barbarano Romano. Qui le colline vulcaniche sono divise da gole profonde, solcate da corsi d’acqua e disposte a raggiera attorno alla collina di S. Giuliano, isolata dalle sue pareti scoscese e dal fosso di Chiusa Cima a sud e da quello di S. Giuliano a nord, che poi confluiscono nel torrente Biedano. Sul pianoro di S. Giuliano sorse la piccola città etrusca da identificare probabilmente con Marturanum, che fiorì a partire dalla fine dell’VIII secolo a.c. trovandosi in una buona posizione strategica e all’incrocio di alcuni itinerari stradali.
In età imperiale fece parte del Municipio di Blera, ma andò rapidamente in decadenza fino ad essere abbandonata nell’alto medioevo per la vicina Barbarano, che secondo gli studiosi, deve questo nome al fatto di avere ospitato tra le sue mura i “barbari” del re longobardo Desiderio. L’abbandono ci restituisce così l’antico centro come era una volta circondato dalle sue necropoli protette da una fitta vegetazione selvaggia dove dimora l’istrice, il tasso, il gatto selvatico, l’avvoltoio capovaccaio e il lupo appenninico.
Entriamo nella necropoli di Chiusa Cima proprio in prossimità della Tomba Cima, caratterizzata da un grande tumulo tagliato nella roccia del pianoro tufaceo. Ci soffermiamo nell’area circostante, uno spiazzo rettangolare occupato dai basamenti di due file di cippi che in origine dovevano essere alti un paio di metri ed essere di forma piramidale. Qui si svolgevano i riti funebri. Ma le sorprese ci attendono all’interno del tumulo. Entrati dopo aver percorso il dromos siamo accolti da diversi ambienti scolpiti ad imitazione di una casa a più vani secondo un modello architettonico influenzato dalla non lontana necropoli di Cere.
Il soffitto del vestibolo presenta scolpiti a ventaglio dei travi che hanno origine da un punto centrale. L’impressione che si ricava è quella di avere sopra le nostre teste un sole nascente, che doveva recare luce all’altare parallelepipedo al centro del vano poco più oltre. Altri dettagli interessanti sono le lesene scanalate sormontate da architravi sulle pareti dei vani attigui, i grossi pilastri che movimentano l’ambiente, i soffitti con le travi parallele con motivo a graticcio ad imitazione del soffitto di legno delle case etrusche.
Il grande tumulo accoglie altri ambienti ipogei di epoca più tarda della grande tomba che risale invece alla seconda metà del VII secolo e servì per l’inumazione di diverse generazioni della stessa gens. Ora cominciamo la discesa del sentiero che conduce alla necropoli che si distende nelle pendici del pianoro e alla nostra destra intravediamo non molto lontano tratti di mura a difesa dell’altura dove sorse il centro abitato. La sensazione è quella di essere avvolti dalla vegetazione e se stiamo zitti ci giunge alle orecchie il gorgoglio delle acque del fosso sottostante. Alla nostra sinistra scorrono ad una ad una le tombe, alcune più grandi, altre più piccole, ornate, nascoste e quelle più importanti recano un cartello con la denominazione e le notizie archeologiche.
Tombe di tipologie diverse sono raggruppate intorno a piazzette erbose su cui si aprono le porte d’ingresso alle camere e mostrano un evidente disegno di pianificazione dell’ambiente. Attira la nostra attenzione la parete rocciosa con un loculo attorno al quale è riprodotto il lato corto di una casa con le testate delle travi in rilievo. Sopra e tutt’intorno la vegetazione nel suo rigoglio. L’emozione e le numerose domande vengono però dalle tombe monumentali e la seconda che raggiungiamo a mezza altezza del ciglione è la Tomba Costa dell’inizio del V secolo, a semidado. La camera principale ha il soffitto a spiovente in rilievo, una finta porta scolpita sulla parete di fondo e due celle laterali alle quali si accede da ingressi con la porta profilata.
La finta porta presenta tracce di scavo. Evidentemente i clandestini pensavano di trovarvi un vano da saccheggiare invece hanno dato solo picconate all’aldilà. In una piazzetta cimiteriale quasi a fondovalle ci aspetta la Tomba Rosi a dado, della prima metà del VI secolo. All’interno presenta una pianta complessa: un vasto ambiente rettangolare traverso con il soffitto displuviato e letti funebri per deposizioni femminili. Le spalliere sono rialzate, ci fa notare la nostra archeologa. Per i maschi c’è invece un cuscino con incavo a semiluna. Il largo vestibolo immette su due celle affiancate sulle quali due piccole finestre, ad imitazione della casa, dovrebbero dare luce agli ambienti interni. Il tempo scorre senza che ce ne rendiamo conto e siamo appena agli inizi dell’escursione. Che cosa visitare nel tempo che ci rimane? Decidiamo per la Tomba del Cervo che si trova nella necropoli del Caiolo, sulle pendici dell’altura prospiciente quella della città. La raggiungiamo dopo aver attraversato il fosso S: Giuliano. Il tratto è breve e per guadare abbiamo bisogno di appoggiarci al dente roccioso sulla riva dove troviamo i soliti incavi per facilitare la presa delle mani. La gente del luogo è passata da lì per lungo tempo. La tomba di fine IV secolo non presenta nulla di particolare, ma la ripida gradinata per accedere alla piattaforma superiore sì: la scena di un lupo che cerca di assalire un cervo, scolpita nella parete di sinistra. Con tratti lievi e decisi l’artista etrusco ha ricreato una scena che in questi luoghi poteva accadere realmente. Scolpita nella mente, l’ha trasferita sul tufo senza bisogno della gomma per cancellare. Chi ebbe la peggio? Noi possiamo solo immaginarlo. Intanto l’incisione conferma l’abilità dell’anonimo artista e dà l’immagine al logo dell’attuale parco Marturanum. Dopo la Tomba del Cervo continuiamo sul sentiero che girando ci consente di salire sulla breve spianata dove un tempo vissero gli etruschi. Ora è solo una distesa erbosa senza i resti delle abitazioni. L’unica testimonianza della vita che vi fiorì è la chiesetta altomedioevale di S. Giuliano con gli archetti ciechi dell’abside che già abbiamo visto nella chiesa di S. Pietro a Norchia. La struttura è ben conservata, ma la cappella è chiusa da un solido cancello di ferro e possiamo sbirciare l’altare con gli affreschi e le colonne solo al lume delle torce.
La sensazione è quella di un impietoso abbandono, ma un tempo il piccolo ambiente offrì intimità e raccoglimento alle preghiere dei fedeli. Fuori una serie di colonne sormontate da archi delimita un piccolo sagrato e una stretta scala consente di salire in un vano superiore da cui spaziare con lo sguardo attorno alle colline che fanno da corona. La pioggia che inizia a scendere ci spinge velocemente verso la piscina romana a poche decine di metri, ma intravediamo solo la lunga e stretta gradinata che scende per condurvi. Ci affrettiamo alle auto e prendiamo la strada del ritorno. La pioggia non se la sente di continuare e noi ne approfittiamo per la “tomba della staffa”. Due tombe monumentali proprio lungo la strada nella zona di Valle Cappellana, a breve distanza da S. Giuliano.
Qui esisteva un agglomerato rurale che ci ha lasciato i tumuli di un ricco nucleo gentilizio. La Tomba Margareth è la prima che visitiamo. Dopo un lungo dromos entriamo in un ambiente dove due colonne doriche scanalate dividono la prima stanza dalla seconda. I letti per deposizioni maschili hanno gambe a rilievo e il soffitto è decorato da travi parallele. Il secondo tumulo è chiamato Tomba del Trono per via di una sedia scolpita con sgabello poggiapiedi: doveva dare l’idea dell’importanza del personaggio che vi era ospitato. Ma io vengo attirato da un particolare al quale nessuno sembra prestare attenzione: il tumulo è separato dal resto del terreno da un corridoio che gli corre tutt’intorno. A sinistra del dromos uno stretto ponticello scavato nella roccia forma il passaggio per accedere al piano superiore. Abbiamo così un particolare archeologico riscontrato in altri luoghi della Tuscia: un “ponte” ( o un corridoio) e una zona circolare alla quale dà accesso. Che significato nasconde questa misteriosa sequenza? Più facile parlare delle riflessioni che mi porto dietro lungo la strada del ritorno che addentrarci in ipotesi dalle quali gli archeologi si tengono lontano. E le riflessioni battono sempre sulla stesso tasto: un cospicuo patrimonio non trasformato in ricchezza e sopraffatto dall’oblio e dall’abbandono. E pensare che sulle Dolomiti, a Madonna di Campiglio, c’è la panchina dove si mise seduta la principessa Sissi e la fontanella dove bevve. E ai turisti è offerta anche una ricca rievocazione in costume del suo augusto arrivo nella celebre località alpina.
Nella Tuscia, dove ogni angolo parla il linguaggio della storia, dovremmo stare in costume tutto l’anno!

4/06 LA SELVA DI MALANO: L’ ambiente è quello consueto della Tuscia: tormentato, solcato da fossi e torrenti, dove valli tortuose si alternano a pianori tufacei, con pareti a strapiombo, anfratti, declivi. La valle dove ci troviamo è piena di macigni rotolati quando la zona era sconvolta dalle eruzioni vulcaniche. Grandi e piccoli, dritti e obliqui, lasciati lì e immobili da millenni e pian piano adattati dall’uomo ai suoi scopi. Che cosa ci fa l’uomo con grossi blocchi di tufo sparsi nel terreno, direte voi. E allora non conoscete l’Etruria e avete bisogno di leggere le nostre righe. Siamo entrati nella Selva di Malano frequentata dall’uomo fin dal neolitico, a nord di Viterbo, vicino a Bomarzo, ma in territorio di Soriano nel Cimino. Stiamo scendendo la valle del fosso Serraglio e alla nostra sinistra ci accompagnano alte pareti rocciose che a tratti presentano la vegetazione incontrata più volte. Ma se affidandovi al nome pensate di imbattervi nella intricata foresta che impauriva i romani nella loro guerra contro gli Etruschi, vi sbagliate di grosso. Gli attuali agricoltori hanno piantato qui estesi noccioleti e gli alberi che vediamo attorno a noi sono carichi di gemme in procinto di sbocciare. Le aree rimaste a bosco sono limitate e nella vegetazione spontanea l’ulivo convive con l’alloro, il biancospino, la rosa selvatica, le felci e le ginestre e a breve distanza appare la chiazza gialla di qualche pianta di mimosa. Man mano che scendiamo prende forma il paesaggio, la visuale si allarga e ad est intravediamo qualche tratto del Tevere, i centri abitati dell’Umbria nella sponda opposta e in lontananza il profilo degli Appennini con la cima innevata del Terminillo. Abbiamo raggiunto la zona abbandonando la superstrada all’altezza si Bomarzo, prendendo la provinciale che va ad Orte e immettendoci dopo qualche chilometro nella strada in terra battuta che si presenta a destra. Sappiamo che la vasta area della Selva di Malano, nelle sue valli, nei suoi rilievi, nella sue rupi e saliscendi squaderna copiosamente una incredibile varietà di resti archeologici: mura megalitiche, resti di strade, tombe, epigrafi, capanne preistoriche, dolmen, pestarole, are, tombe del re e della regina come generalmente la gente chiama le sepolture del princeps locale. Le guide che stiamo seguendo ci portano in una zona dove numerosi macigni di varie dimensioni hanno conosciuto la mano dell’uomo.
Alcuni hanno ripidi gradini scavati nel tufo che portano ad un piano superiore, altre hanno sopra una vasca rettangolare. Ci colpiscono rocce che affiorano dal terreno e presentano tre piccole vasche, un grande blocco sagomato a cubo, tre are ravvicinate forse da mettere in relazione alla triade etrusca Uni, Tinia, Menerva. La sensazione immediata è quella di trovarci in una zona collegabile al culto, alla religione. Ma perché utilizzare i massi vulcanici sparsi nell’impervia contrada? Quale criterio guidava la mano dell’etrusco? E quale funzione incorporano? A tentare qualche risposta ci soccorrono alcune osservazioni: i macigni sono carichi di energia che gli antichi sapevano captare meglio di noi, sopraffatti come siamo dalla nostra tecnologia. Inoltre evocano la durata e il monte, dove nelle culture dei vari popoli avveniva il contatto con la divinità. Le ripide gradinate rappresentano una salita per entrare in contatto con esse e il podio accennato alla sommità dei macigni era il luogo dove il sacerdote poteva cercare il collegamento, oppure scrutare gli astri o il volo degli uccelli attraverso il quale doveva essere interpretata la volontà divina. L’abbondanza di are nel luogo ci suggerisce che siamo in presenza di una scuola dove gli antichi sacerdoti istruivano gli apprendisti. Un vero e proprio seminario, diremmo oggi. Il grande blocco a forma di cubo che presenta una faccia bugnata non ha gradini, non era fatto per salirvi. La sua funzione poteva essere didattica: presso i popoli antichi il cubo rappresentava la stabilità, la terra. Vederselo davanti era come accingersi ad allentare il contatto con il mondo per proiettarsi nella dimensione dove dimorano le divinità. Il macigno a qualche metro di distanza, provvisto di scalini e di un podio accennato alla sommità è chiamato dai locali “Sasso del Predicatore” e in effetti richiama alla mente il pulpito sopraelevato delle nostre chiese.
Noi non sappiamo se gli etruschi erano abituati alle prediche. Ma che erano abili ad esaminare le viscere degli animali sacrificati e ad osservare il volo degli uccelli lo sappiamo da diverse fonti scritte. Famoso in epoca romana era l’ordo LX haruspicum e per legge i rampolli dei princeps etruschi dovevano essere educati all’aruspicina. Durante le stesse guerre etrusco-romane non si muovevano gli eserciti senza il preventivo responso degli aruspici. Scendendo ancora nella valle giungiamo nella località San Nicola dove ci attende una tomba con epigrafe e finta porta e una tomba ad arcosolio che presentava un intonaco dipinto di cui rimangono tracce. E’ vicino ad un complesso archeologico dove al manufatto pagano si sovrappone una costruzione cristiana. Sono i ruderi medioevali di S. Nicolao che si presenta in completo stato di inaccettabile abbandono: la base rocciosa su cui sorgono presenta tre tombe con caratteristiche nicchie per la deposizione delle urne cinerarie. Al di sopra di essa rimangono le mura perimetrali della chiesetta dedicata al santo. Mi colpisce il sistema di accesso al piano superiore utilizzato dagli etruschi: un corridoio che curva invece della più probabile gradinata a perpendicolo. Un modo di cui sfugge il significato e riscontrato in altri manufatti del territorio, come la “Ruota del Ciciliano” a Viterbo.
Ben visibili poi sono i numerosi buchi scavati nella parete per sistemarci i pali di una tettoia e aumentare i vani disponibili. Un sistema largamente usato nella Tuscia quando la vita continua a fluire nelle varie epoche e si è attenti ad un uso economico delle risorse, dove lo spreco è sconosciuto. La fase finale dell’escursione ci riserva una sorpresa dovuta all’occhio attento di Mario e alla sua capacità di individuare reperti e angoli archeologici che sfuggono al normale visitatore. Continuando a scendere, nelle pieghe del terreno rintraccia un piccolo tempio franato e chiama il gruppo a raccolta. Confuso tra i massi, inclinato e ricoperto di muschio, la caratteristica sagoma che riproduce il tempio, con modanature, fregi agli spigoli che sembrano facce e vaschetta nella parte superiore che poi apprendiamo conteneva una piccola statua. La visita volge al termine e ci avviamo lungo la salita del ritorno carichi di sorpresa come sempre. Abbiamo scoperto un nuovo angolo della Tuscia, guadagnando emozioni e stupore. Qui da noi ogni luogo è diverso, non si ha mai la sensazione del già visto. I popoli che nel corso dei secoli hanno abitato le nostre terre vi hanno impresso il segno della loro operosità e intelligenza. Ma anche la natura presenta sempre una faccia diversa. Percorrendo una valle, salendo su un colle, affacciandoci su un dirupo non si sa mai che cosa si presenterà alla vista. Certo il terreno accidentato del viterbese non favoriva le comunicazioni quando per spostarsi ci si affidava soprattutto alle proprie gambe. E questo certamente accrebbe l’individualismo dei nostri progenitori giunto abbastanza inalterato fino al giorno d’oggi. Oggi però che l’auto annulla i tempi e riduce le distanze, la Tuscia è completamente a portata di mano per tutti. In una manciata di minuti siamo in grado di giungere in ogni angolo della nostra provincia. Abbandonarci alla nostra indolenza, rifiutarci di conoscere i luoghi che ci hanno dato i natali è una operazione di perfetto autolesionismo e un imperdonabile errore.

ESCURSIONE A BLERA: Per quale motivo a Blera, ad un rigagnolo che porta la sua acqua nel torrente Ricanale è stato dato il nome di Martarello? Se Martarello vuol dire Piccolo Marta, una prima risposta appare pienamente plausibile. Gli Etruschi annettevano una grande importanza al fiume Marta. Se poi al fiume aggiungiamo il lago da cui proviene, il mare in cui si getta e il territorio della più importante città-stato dell ‘Etruria in cui scorre, abbiamo il quadro completo. Forse non sapremo mai il significato preciso attribuito a questa area, ma con certezza era tenuta dagli Etruschi in grande considerazione. E gli Etruschi di Blera nel loro intervento sull’ambiente non solo volgevano lo sguardo alle opulente metropoli di Cere e Tarquinia, ma volevano che nel proprio territorio l’importanza attribuita al Marta conservasse una qualche influenza anche attraverso il solo nome.
E’ proprio dal Martarello che hanno inizio le nostre divagazioni archeologiche. Dalla necropoli che ne viene bagnata proprio sotto l’attuale centro abitato di Blera inizia infatti una delle consuete visite organizzate dall’associazione Archeotuscia per la conoscenza, lo studio e la valorizzazione dell’esteso e singolare patrimonio che presenta la nostra provincia.
E qui una prima riflessione si impone. Noi ignoriamo quasi completamente il complesso patrimonio che i nostri predecessori ci hanno lasciato a due passi da casa. Un primato negativo che ci accomuna ai nostri connazionali. Da un recente studio del Cnr emerge infatti che è conosciuto solo il 5% dei siti archeologici italiani esistenti. Viviamo su un suolo ricco di storia, di arte e di cultura ma è un patrimonio che non conosciamo. E se non lo conosciamo, non siamo in grado né di apprezzarlo né di difenderlo. Tanto che può accadere che la ricchezza del nostro territorio, invece di diventare una componente di civiltà e una risorsa economica, venga dissipata e deturpata, ad esempio, da discariche di rifiuti tossici o da interventi impropri di una classe politica in tutt’altre faccende affaccendata.
A pochi minuti da Viterbo, Blera presenta una natura selvaggia e vastissime necropoli rupestri fonte di emozioni e stupore. La prima necropoli che visitiamo è proprio sotto il paese che occupa una parte dello stretto pianoro alla confluenza dei torrenti Biedano e Ricanale, dove un tempo sorse il centro abitato etrusco e romano. Le tombe sono scavate nel tufo e presentano le varie tipologie che dal periodo arcaico si snodano fino alla fase ellenistica e all’epoca romana: tombe a fossa, a tumulo, a dado, a casa e a camera. Quelle a dado che visitiamo hanno la caratteristica sagomatura che cerca di avvicinarle alla forma del cubo, distaccandole parzialmente dalla rupe. Sono presenti le consuete modanature alla sommità delle pareti esterne e le scalette laterali. Non riusciamo a resistere all’invito a salirvi per esplorare l’ambiente superiore e goderci la vista dall’alto. La salita è faticosa, perché le scale sono irregolari e molto ripide. Giunto in cima, un gesto istintivo per non cadere: alzo il braccio e cerco di aggrapparmi al muro alla cieca. E con mia sorpresa la mano va a posizionarsi proprio nel piccolo incavo che la previdenza dell’artigiano etrusco aveva predisposto per facilitare la salita. Ho evitato un incidente e appreso che ho la stessa statura degli Etruschi.
Accanto alle tombe a dado disseminate in tutta l’estensione della parete rupestre, troviamo una grande tomba a tumulo proprio sulla curva della strada in terra battuta che stiamo percorrendo. Ha forma circolare, è separata dalla roccia da un corridoio e sono ancora visibili le tracce delle modanature del tamburo. Un ingresso immette nell’unico vano per la sepoltura. Chi se ne servì, volle distinguersi dagli altri anche nella morte: per una sola tomba, tanto spazio che avrebbe potuto accogliere il sonno eterno di molti etruschi!
Proseguiamo sulla strada in terra battuta che ci conduce ala necropoli della Casetta. L’ambiente è quello consueto della Tuscia: profonde gole incise sul terreno nel corso dei millenni dai torrenti e scoscesi dirupi ai lati ricoperti da una intricata vegetazione dove si alternano il mirto e il rovo, l’olivo selvatico e il pungitopo e le altre piante che infittiscono le nostre macchie. Stiamo andando a visitare le tombe a camera e a dado della necropoli successiva. Inerpicandoci sul costone, ci aspetta la Grotta Dipinta, puntualmente menzionata in guide ed opuscoli su Blera.
Ma prima dobbiamo superare il Martarello e qui è Luciano a notare una stranezza: le tombe addossate alle pareti laterali sono sotto il livello del piccolo corso d’acqua. L’ipotesi di Paola, l’archeologa che ci fa da guida, è che gli etruschi, da esperti idraulici quali erano, lo avessero deviato in tempi successivi. Visitiamo la necropoli della Casetta: tombe più o meno della stessa tipologia di quelle precedenti, con l’eccezione della Grotta Dipinta. Entriamo in un vano a pianta quadrata.
Al centro una grossa colonna di tufo, con la parte inferiore consumata. Sono state le corde degli animali legati alla colonna quando la tomba era usata come ricovero, puntualizza Paola. Il vano ha pareti, pavimento e soffitto interamente intonacati per poterle dipingere. E’ ancora visibile l’ornamentazione ad onde blu sullo zoccolo. Evidentemente il proprietario voleva qualcosa che somigliasse alle tombe affrescate della vicina Tarquinia. La particolarità della tomba è data anche dalle banchine disposte attorno alle pareti, trasformate in mangiatoie da chi ha riutilizzato l’ambiente. Un’abitudine largamente diffusa nel nostro territorio dove i manufatti più antichi vengono riutilizzati in epoca romana, medievale e giù giù fino ai nostri giorni, come è ben visibile nei ricoveri che si susseguono lungo la via Clodia che a mezza costa porta all’attuale centro abitato.
L’ultima necropoli che visitiamo è quella di Pian del Vescovo. Si raggiunge a piedi percorrendo un ramo dell’antica via Clodia che attraversa tutto il pianoro di Petrolo oppure l’altro ramo più in basso che lo costeggia. L’estrema punta del pianoro è un balcone naturale che si affaccia sulla vallata del Biedano che fugge ad ovest. Sotto di noi si dispiega in tutta la sua suggestiva scenografia la necropoli di Pian del Vescovo, raggiungibile anche dal basso dopo che la Clodia ha superato il Ponte della Rocca, di epoca romana. La necropoli squaderna tutta una serie di tombe a dado che vanno dal VI° al V° secolo a.C., disposte su quattro terrazze artificiali parallele al ciglio del pianoro. Una chiara testimonianza della volontà di pianificare il territorio e dell’organizzazione politico-amministrativa raggiunta. Ritorniamo a piedi dal ramo inferiore dell’antica strada romana, che presenta alla vista le piccole tombe ad arcosolio e i numerosi vani scavati nella roccia che ancora oggi tornano utili alla gente del luogo. Ritorniamo con la chiara percezione del fervore di vita che animò questi luoghi. In questo lembo d’Etruria operò con i suoi traffici, i suoi lavori, i problemi e le soluzioni un popolo intelligente, tenace, evoluto e attaccato alla vita. Tanto da volere che in modo diverso continuasse a fluire nelle numerose “città dei morti” che costellano un centro, come quello di Blera, dove la vita non ha subito interruzioni.

ESCURSIONE A CASTRO (Ischia di Castro): La strada costeggia il lago di Bolsena che alla nostra destra offre la sua vasta distesa azzurra leggermente increspata. Sale verso Valentano dove imbocchiamo la strada per Ischia di Castro. Sorpassato Farnese, ci dirigiamo verso Manciano, finché incontriamo il cartello: Rovine di Castro.
L’area del santuario del Crocifisso, ai piedi del pianoro dove sorse l’antico centro etrusco, medievale e poi rinascimentale, è gremito di macchine. La gente dei paesi attorno perpetua la devozione ad una antica immagine del Crocifisso dipinta su una parete di tufo. Riti che ogni anno si ripetono ad ogni ritorno di giugno per generazioni di paesani, molti dei quali vi giungono a piedi dal vasto circondario.
Confusi tra la gente, uniamo a quelle dei devoti anche le nostre preghiere e iniziamo poi l’esplorazione della monumentale tomba a casa che si trova ai limiti della piazza. Manca tutta la parete anteriore e la parte superiore è sostenuta da robuste colonne di ferro. Sono facilmente visibili le soglie di accesso di tre camere affiancate, con le banchine addossate alle pareti laterali. Il complesso era probabilmente adibito ad altare e la presenza cristiana ne è un sicuro indizio.
Protomi angolari di leoni e di ariete, all’Antiquario di Ischia di Castro, ne erano le significative decorazioni. Prendiamo il sentiero che si inerpica sul pianoro costeggiandolo alla destra, ma prima un alto cippo di peperino ci avverte: QUI FU CASTRO.
La città sorse su uno sperone tufaceo tra il fiume Olpeta e il rio Filonica, ad una quota di 230 metri che assicurava ampiamente protezione e difesa, situazione che nella Tuscia si ripete continuamente.
I resti della città non sono immediatamente visibili perché alberi e vegetazione hanno ricoperto tutto. Scorgiamo il leccio, le numerose querce e l’onnipresente edera. Un cartello didattico della Soprintendenza ci avverte poi “distrutta dalla storia, celata dal bosco, cancellata dall’avidità umana alla ricerca di tesori”. Cancellata sì, ma non completamente e i primi ruderi che ci attendono sono quelli della cattedrale di S. Savino.
Gradualmente individuiamo gli ingressi, le tre navate ed altri elementi che danno un’idea della sua estensione. Apprendiamo che risale al XIII secolo e che fu radicalmente restaurata nel XVI secolo quando Paolo III, il papa Alessandro Farnese, costituì nel 1537 il Ducato di Castro e Ronciglione e incaricò Antonio da Sangallo il Giovane di ristrutturare e abbellire la sua capitale, sulle cui rovine ora stiamo camminando. Imbevuto di cultura classica Sangallo adattò i suoi progetti alle strutture della cittadina dove fece erigere il Palazzo Ducale, L’Hostaria, la Zecca, il Palazzo del Podestà e molti altri edifici pubblici e privati.
Anche la rete viaria doveva sottolineare la grandezza dei Farnese: tutte le strade che vi conducevano approssimandosi alle mura cambiavano continuamente direzione, mentre le porte cittadine erano realizzate come gli archi trionfali della Roma imperiale. Trionfo che durò quanto durarono le fortune della famiglia Farnese. Nel dicembre del 1649 venne completamente rasa al suolo e l’opera fu compiuta non tanto dalle cannonate delle truppe pontificie inviate da Innocenzo X Pamphili, quanto per le mine, i picconi e le funi di ottocento mercenari aquilani.
La furia devastatrice era stata originata dallo scontro tra i Barberini e i Farnese, giunto alla fase finale per l’insolvenza di questi ultimi che avevano aumentato a dismisura i debiti per l’ammodernamento di Castro e la vita di corte a Parma. Ma tutte queste cose la Piazza Maggiore dove ci troviamo, non le dice. Presenta solo una notevole ampiezza (66 mt. x 21), pavimento a spina di pesce e fognature d’avanguardia per il tempo. Sulla piazza si affaccia la Zecca, che coniò monete dal 1537 al 1546 e cessò di funzionare alcuni anni più tardi. Dalla zecca uscirono gli scudi (oro), il baiocco e il barocchetto d’argento e il quattrino in rame, che avevano nelle due facce l’effige di S. Savino, protettore della città e la croce con quattro gigli.
Le rovine che visitiamo successivamente sono quelle di S. Maria intus civitatem, ma la recinzione e i cartelli indicano che è vietato avvicinarsi al complesso per seri pericoli di crolli. Ci accontentiamo di rimanere al di qua della rete metallica e proseguiamo per l’ultima visita. Ci attende la Tomba della Biga nei pressi di un tratto della via Clodia. Ma prima dobbiamo uscire dalle rovine di Castro per un viottolo che costeggia il ciglione. Sotto le ripide pareti scorre l’Olpeta che non riusciamo a scorgere per una fitta vegetazione in pieno rigoglio.

La Tomba della Biga, ricavata in un banco tufaceo prospiciente la vallata, deve il suo nome al carro etrusco che vi fu rinvenuto. I clandestini che la scoprirono rimediarono un ricco bottino, ma la biga era rimasta nascosta sotto il terriccio del dromos e sfuggì alla loro avidità. Finisce qui la visita a Castro, capitale del ducato dei Farnese, chiamata Castrum Felicitatis in ricordo di una nobildonna, che iniziò la sua storia come centro etrusco appartenente a Vulci. E con la visita finiscono anche le escursioni annuali programmate dall’associazione Archeotuscia, con le quali abbiamo scoperto le numerose e poco conosciute facce della Tuscia e ricostruito un esauriente profilo dell’Etruria Interna.
Ma non finiscono le nostre riflessioni.
Queste ci dicono che la nostra terra ha un patrimonio storico, archeologico e naturalistico dal valore inestimabile. Un patrimonio che abbiamo il dovere di difendere con le unghie e con i denti e che troppo spesso non è sufficientemente tutelato e valorizzato dalle istituzioni. A questo stato di cose dà una mano la noncuranza della gente e la nostra mentalità individualistica. Occorre cominciare a pensare la Tuscia in maniera nuova, a sentirsi solidali con essa e a costruire l’identità del cittadino di questo importante angolo d’Italia.
Dobbiamo cominciare a sentire il patrimonio di un centro come un patrimonio comune, da conoscere e difendere. Luni sul Mignone, cioè, non è una ricchezza e un impegno di Blera, ma di tutti noi. E così Norchia, le basiliche di Tuscanica, il teatro di Ferento o la Selva di Malano. Quando si instaura questo modo di pensare, allora diventa più facile unire le forze e alzare la voce in difesa dell’eredità che ci hanno lasciato i nostri predecessori. E questa è l’unica strada per salvare la Tuscia.

ESCURSIONE A MUSARNA (Viterbo): “Di siffatta città, ne’ classici e ne’ monumenti ch’io conosco, neque vola, neque vestigium. Ma se ne parla con molta asseveranza dai nostri cronisti anteriori ad Annio e, dopo essi, da quest’ultimo distesamente. Tuttavia non posso credere che una qualche Civitas Musarna non siavi stata in realtà, quantunque cercandola, non io veramente, ma per me altri, verso le contrade che Annio indica, non sia riuscito ancora a sapere se qualche avanzo ne resti in piedi”.

E’ cosi che Orioli, archeologo viterbese, parla di Musarna nella prima metà dell’Ottocento. L’introvabilità di questo centro etrusco-romano ha termine negli anni ’80, quando il vomere di un aratro mette in luce frammenti di mosaico. Sarà la Scuola Francese di Roma ad occuparsi degli scavi nel decennio successivo, utilizzando una procedura singolare: scavo di una porzione di terreno, recupero del materiale archeologico, studio, copertura, fino ad esplorazione , anno dopo anno, di tutto il centro abitato, ormai giunta a conclusione.
Oggi è questa la meta della nostra escursione: un drappello infreddolito di appassionati dell’archeologia e del nostro passato che si dà appuntamento a piazza Crispi ogni due domeniche. Ci sono io, mia moglie, Luciano, professionista viterbese che conosce gli Etruschi, Mario che in zona non vede ruderi, ma rivive la vita di un tempo, altri amici, salvatore che ha nel dna l’archeologia trasmessagli dalla sua terra di origine e Rodolfo, il presidente dell’Archeotuscia. Questa associazione, nata di recente, ha come scopo la conoscenza, la valorizzazione, la conservazione dell’ingente patrimonio che i predecessori hanno lasciato nella nostra provincia, facendone un luogo unico e affascinante.
Il programma delle visite ha in elenco luoghi poco conosciuti e non toccati dal flusso turistico. Ci proponiamo di entrare nel cuore dell’Etruria, per viverla così come è rimasta, dimenticata e nascosta, prodiga di sorprese e di significati, fino a quando la miopia e la brutalità dell’uomo contemporaneo non gli daranno il colpo di grazia. Partiamo in una fredda domenica d’inverno, con la tramontana che la fa da padrona. In compenso però il cielo è terso e la pioggia che ci ha oppresso per troppi giorni è lontana. Abbandoniamo la tuscanese dopo la casa cantoniera dell’Acqua Matta. Sulla sinistra imbocchiamo una strada in terra battuta che ci porta in prossimità di Musarna. Il pianoro in cui sorse, dalla nostra parte non si eleva a strapiombo, ma digrada dolcemente.
Ci colpisce una particolarità: dovunque giriamo lo sguardo, dal terreno arato affiorano lembi di plastica e materiale eterogeneo. La spiegazione ce la forniscono gli amici viterbesi: fino agli anni ’60 questa zona è stata la discarica di Viterbo.
Un “classico” del nostro territorio.
Negli altri paesi la situazione non era diversa e Tuscania, ad esempio, offriva al visitatore che veniva dalla provinciale il suo “monnezzaro” a ridosso delle mura, in prossimità di Porta di Poggio. I centri del viterbese, alle prese di una economia di sussistenza, disponevano di una scarsa memoria storica e nella politica locale la valorizzazione archeologica dell’ambiente non era in cima alle priorità.
Prima di raggiungere l’antico abitato, visitiamo la tomba degli Alethnas. Alla luce di qualche torcia e dei flash delle fotocamere distinguiamo i vani dell’interno e la montagna di immondizia che ancora ingombra una camera. Se i legittimi proprietari potessero vedere la profanazione, uscirebbero dai sarcofaghi. O forse vorrebbero ritornare cenere per non assistere allo scempio perpetrato da ignoranza e insensibilità.
Attraverso la porta di cui rimangono cospicui resti, saliamo sul pianoro sferzato dalla tramontana che non trova ostacoli attorno. Se non fosse per la porta e per alcuni ruderi protetti da una tettoia dislocati nel campo, non avremmo la consapevolezza di trovarci su un abitato etrusco. Camminiamo su una distesa erbosa di circa quattro ettari che sul lato occidentale si eleva a dirupo sul torrente Leia. Sotto i nostri piedi giacciono i resti delle abitazioni pubbliche e private che formavano dodici isolati ed erano disposti ai lati della via centrale che attraversa il pianoro. Nel mezzo sorgeva una piazza rettangolare che disponeva di un edificio pubblico porticato e due templi. Vi si svolgeva il mercato e la vita sociale degli abitanti.
Tutte queste cose, però, sono sottratte alla vista e noi le sappiamo dalla Scuola Francese di Roma che le ha studiate e di Musarna dice “conçue sans doute a l’origine comme un bastion du système défensif de Tarquinia contre la menace constituée par Rome”, minaccia che nel IV secolo diventò allarmante.
Il centro fiorì poi sotto la dominazione romana e le iscrizioni con caratteri etruschi presenti nel mosaico delle piccole terme lasciate alla vista, testimoniano un particolare interessante: in piena romanizzazione la gente era ancora legata alla propria lingua.
L’altro nucleo che si può vedere è un sistema di cisterne sul lato orientale, che insieme ai pozzi e ai cunicoli che corrono nel sottosuolo, conferma la maestria idraulica raggiunta dagli etruschi. E’ ora del ritorno. Ci spinge la tramontana che sembra voglia cacciarci da questi luoghi per proteggere dagli intrusi le dimore degli antichi abitatori a lungo cercate dagli archeologi.
E pensare che Orioli ce le aveva proprio fuori dalla porta di casa!

ESCURSIONE A NORCHIA 1 (Viterbo): Occorre una forte dose di passione per sfidare il freddo polare di una mattina di febbraio, quando la tramontana piega gli alberi e riesce a trapassare i vestiti fino a far rabbrividire la pelle. Stiamo attraversando una distesa pianeggiante in località Canalone, tra Vetralla e Monteromano, che abbiamo raggiunto da una uscita della superstrada. La temeraria sfida al vento è possibile perché dopo qualche minuto di cammino cominceremo la discesa nella vallata del fosso Acquaalta che consegna le sue acque al Biedano e lì avremo una tregua. A camminare cercando di esporci il meno possibile alla rabbia della tramontana siamo una ventina fra soci e amici dell’Archeotuscia e ci aspettano le tombe rupestri di Norchia, note agli archeologi, ma fuori del flusso turistico.
E’ una visita che non dimenticheremo, guidati da un Indiana Jones locale, Mario Sanna, che conosce la Tuscia palmo a palmo. E’ lui che più di ogni altro conosce i luoghi e i sentieri e ora guida un drappello infreddolito ma animato dal desiderio di scoprire un nuovo angolo della nostra terra. Abbiamo finito la parte pianeggiante e ora stiamo per iniziare la discesa nella tortuosa valletta che conduce all’altra più ampia dove scorre il Biedano e lascia a sinistra l’alto pianoro tufaceo dove sorse Norchia. Scendiamo per alcuni metri e siamo all’improvviso davanti a due tombe monumentali, isolate dal resto della necropoli. L’effetto è stupefacente: addossata alla parete, con il colore rugginoso del tufo a contrasto del verde variegato della vegetazione e dell’azzurro del cielo un poco più in alto, la facciata delle Tombe a Tempio ( fine IV secolo a.C.).
Che ci fanno qui due gioielli archeologici sottratti alla vista del visitatore, assediate da alberi e arbusti all’opera e in completo stato di abbandono? E’ più facile descriverle che rispondere alla domanda.
Il complesso funerario si presenta tripartito, come il resto delle tombe rupestri di Norchia. C’è una fascia superiore, che in questo caso ripete la struttura del tempio dorico: frontone triangolare con cornici baccellate e timpano decorato da figure in rilievo fortemente rovinate. A sinistra è riconoscibile una scena di combattimento dove le due file di guerrieri convergono al centro. Nel timpano di destra personaggi ammantati si fronteggiano ai lati di una figura alata. Ben visibile la faccia di una gorgonia che arricchisce l’ornamentazione e che aveva la funzione di proteggere il sonno dei defunti, tenendo lontane le presenze ostili.
La fascia centrale del monumento originariamente era costituita da un doppio portico, poi eliminato per fare spazio ad una parete di fondo ornata da un grande fregio di figure scolpite e rivestite di stucco dipinto: un lungo corteo di magistrati di cui rimangono tracce appena percettibili. E’ Mario che, dopo essersi inerpicato sulla facciata, si incarica di delimitarne con il gesso i contorni, per renderlo riconoscibile. Sul lato sinistro è presente un motivo ricorrente nelle necropoli: la finta porta, che simboleggiava l’ingresso nell’aldilà. La zone inferiore delle tombe è quella meno lavorata: un vano sotterraneo dove avveniva la sepoltura vera e propria.
Finita l’esplorazione, continuiamo la discesa del pendio. Ci aspetta la Tomba Lattanzi ( appartenuta alla famiglia CHURCLE e databile alla fine del IV secolo ), ma dobbiamo percorrere ancora uno stretto sentiero fra una fitta vegetazione e senza una guida difficilmente riusciremmo ad arrivarci. Costeggiamo per un buon tratto il fosso Acquaalta finche si ricongiunge con il Pile. In alto a sinistra abbiamo sempre lo sperone tufaceo dove sorse l’antico abitato, che sul ciglio mette in mostra i resti della chiesa altomedioevale di S. Pietro che si avvicina sempre più man mano che procediamo. Intorno a noi un intreccio di lecci, querce, ginestre, vitalbe, agrifogli e l’onnipresente edera da cui pendono copiose bacche nere.
Poi l’ostacolo che avevamo preventivato: il torrente Biedano. Per inerpicarci sulla parete che porta alla Tomba Lattanti, dobbiamo guadarlo e l’acqua supera abbondantemente le nostre scarpe. La consegna era di venire con gli stivali, ma una buona metà ne siamo sprovvisti. Supplisce all’indecisione e alla perplessità del gruppo l’iniziativa di Mario e Salvatore. Calzati lunghi stivali Mario comincia a spostare grosse pietre, mentre Salvatore è subito all’opera per trasportare grossi tronchi sparsi lungo la riva per formare un ponte precario. In alcuni tratti i tronchi sono un po’ sottili, ma la doppia fila ai lati del ponte improvvisato di tutti quelli provvisti di stivali consente un rapido attraversamento e dopo qualche minuto la tomba è raggiunta.

La tomba? Un groviglio di piante e un ammasso di blocchi franati che lasciano riconoscere solo la base di una grossa colonna scanalata e la mole di un leone scolpito nel tufo, su cui grava la figura fantastica di un grosso serpente dalla doppia coda. E’ l’occhio degli amici più esperti che ci aiuta a decifrare i vari elementi del complesso funerario.
Ora ci aspetta la parte più intrigante della visita. Scendiamo il pendio e costeggiamo il Biedano. Abbiamo proprio sopra le nostre teste i ruderi della chiesa di S. Pietro, mentre superiamo i blocchi del ponte romano a tre arcate rimasti nel mezzo al torrente e sulla sua riva. In questo punto la strada puntava verso Tuscania passando per la Cava Buia, un tratto estremamente suggestivo della via Clodia. Per circa mezzo chilometro un percorso di appena due metri e mezzo di larghezza è profondamente inciso nel tufo. La “tagliata” inizia dopo che la via, lasciato il ponte con un percorso a mezza costa affronta un’ampia curva a doppio gomito e superando un dislivello di circa quaranta metri porta al pianoro soprastante. Ora siamo dentro la Cava Buia. Le pareti verticali
stringono il percorso raggiungendo anche un’altezza di dieci metri e sopra la vegetazione ai due lati si tocca lasciando appena intravedere il cielo.
Il fondo ha un solco centrale per lo scolo delle acque piovane e a distanza regolare gli alloggiamenti laterali per le traversine che sostenevano la pavimentazione. Dentro le strette pareti siamo inghiottiti dalla storia e percorriamo la Clodia come i pellegrini dei secoli scorsi che hanno voluto lasciare il loro segno incidendo croci ad altezza d’uomo. Ma non ci sono solo le croci a testimoniare l’importanza e la frequentazione di questa strada.
Procedendo incontriamo anche diverse iscrizioni latine. La più leggibile è C.CLODIUS-THALPIUS-S(UA) PECUNIA XXXX-(…..) M D(EDIT?) e gli studiosi, dall’esame dei caratteri e del testo, ipotizzano un liberto che in età tardo-repubblicana volle legare il suo nome alla strada con una offerta.
L’iscrizione successiva, S(AN)CT(I) PETRI poneva la via sotto la protezione del santo e ci riporta al medioevo.
La strada romana ricalca una precedente arteria etrusca che correva su un fondo stradale meno profondo ed era nel tratto iniziale accompagnata da una variante di via cava più modesta.
Molti centri della Tuscia conservano queste tipiche opere dell’ingegneria etrusca: Blera, Ischia, Tuscanica e la stessa Viterbo. Perché gli Etruschi usavano questo modo di tracciare strade? Se gli Etruschi con la Cava Buia e i Romani con la “strata” volevano sfidare il tempo, non risulta difficile dire chi c’è riuscito!

ESCURSIONE A NORCHIA 2 (Viterbo): Questa volta l’escursione riguarda uno dei luoghi più suggestivi della cultura etrusca: la valle del Pile e l’altopiano tufaceo dove sorse la città di Norchia, un pianoro stretto e allungato dalla vaga forma a clessidra.
Siamo in piena etruria meridionale, l’antico centro abitato come di consueto è circondato ai lati da corsi d’acqua che poi si congiungono, la folta vegetazione selvaggia ricopre valli tortuose dalle pareti a strapiombo e necropoli si susseguono a perdita d’occhio a levata e calata di sole. Qui visse l’etrusco del quarto secolo e, a giudicare da strutture e materiali rinvenuti, anche i nostri progenitori a cominciare dal paleolitico superiore.
L’ambiente offriva acqua, aria buona, protezione e difesa, buona terra e cacciagione. L’uomo di suo aggiunse fossati, strade, ponti, mura, porte, abitazioni per la città dei vivi e complessi monumentali per la città dei morti. Quello che uscì dalle sue mani è in buona parte ancora visibile. Ed anche la natura, per un particolare intreccio di circostanze, è riuscita a tenere lontani da questi luoghi asfalto e cemento, l’avida speculazione, il rumore e i veleni della nostra civiltà.
Norchia si presenta così ai nostri occhi come la lasciarono nel medioevo, con i ruderi che si sgretolano lentamente, i manufatti, gli stretti saliscendi, una vegetazione che inesorabilmente fa il suo lavoro. Un’oasi di archeologia, di natura e di silenzio, rotto solo dalle esercitazioni del vicino poligono militare di Monteromano.
Raggiungiamo la zona dalla parte orientale, percorrendo la diramazione che dall’Aurelia bis conduce a Cinelli. Sotto di noi abbiamo la vallata dove scorre il Pile e davanti il pianoro abitato dagli etruschi. Scendiamo la parete ripida per uno stretto sentiero che ci costringe a procedere in fila indiana fino al fondovalle e ci troviamo nella necropoli del Pile, settore A. la valle si offre ai nostri occhi scolpita su entrambi i lati da più ordini di tombe e gli archeologi l’hanno suddivisa in settori per ragioni di studio. Ancora inesplorati i settori C e D.
Inizia la visita delle tombe a facciata che abbiamo alla nostra destra: alla camera funeraria si sovrappone la finta porta e le consuete modanature. Gli “archeologi” del gruppo ci aiutano a osservare le particolarità, le soluzioni architettoniche, le basi delle colonne che formavano il portico, le banchine per partecipare alle cerimonie funebri e consumare i pasti rituali. Ma anche le crepe e i crolli recenti che insidiano l’opera conservativa realizzata dall’Amministrazione Provinciale in anni recenti.
Raggiungiamo la tomba di VEL ZILUSE in un ampio spazio erboso in pendio: a rivelarcelo è l’iscrizione etrusca posta sopra la doppia finta porta. Poco distante si presenta una particolarità che attira l’attenzione di tutti. Stiamo osservando la figura di Caronte scolpita su un ingresso, ma ne resta solo la parte inferiore: le gambe con calzari a stivaletto, la parte inferiore della tunica e la mazza nella mano sinistra, simbolo del colpo di grazia che toglie la vita.
Percorriamo il sentiero campestre che va verso nord e attraversiamo il Pile su un ponticello per raggiungere la porta medioevale nella punta settentrionale del pianoro. Conserva numerosi tratti del muro di cinta e corrispondeva all’antica porta dalla quale usciva la via Clodia. Ora stiamo camminando proprio dentro l’acropoli e sotto la parete scoscesa scorre il Biedano. Raggiungiamo la chiesa di S. Pietro con l’abside che sorge vicino al ciglio. La lama del tempo ha tagliato il corpo dell’edificio in diagonale e ci chiediamo quanto resisteranno ancora i muri rimasti che presentano vistose crepe e illuminati dal sole accolgono il visitatore con il colore caldo del tufo. Viene fatta risalire al IX secolo e si ispira ai moduli costruttivi della più celebre basilica di Tuscanica.
Giungiamo alle rovine di un castello, forse eretto nel XII secolo, superato il quale seguiamo un viottolo scavato nella roccia che ricalca il percorso dell’antica via. Superiamo fossati medioevali, strutture di difesa, una cisterna con tre ambienti scavati nel tufo, bocche di cunicoli e di pozzi. Ora siamo in mezzo alla vegetazione, nella parte meridionale dell’abitato e una vasta distesa di pruni rinsecchiti ci separa dai ruderi della chiesa di S. Giovanni verso cui siamo diretti. Abbiamo intenzione di visitare le tombe con i sarcofagi, di età più tarda e la Tomba delle Tre Teste, da raggiungere scendendo di nuovo verso il Pile. E’ una tomba da non trascurare, con protomi di divinità scolpite nell’architrave della finta porta.
A questo punto, però, accade l’imprevisto.
Un gruppo di coda, attardandosi a discutere e ad ammirare la lunga distesa della valle sottostante dove risalta la sequenza delle facciate scolpite sulla roccia e illuminate dal sole, perde il contatto con gli altri che si erano portati in avanti.
Per ricongiungersi il gruppo decide erroneamente la discesa in mezzo ad una vegetazione intricata, dove convivono il leccio , l’ornello e il ligustro, riattraversa il Pile con mezzi di fortuna e cerca un contatto con il cellulare. L’incontro avviene più tardi e gli animi sono riscaldati. Tutti erano stati comprensibilmente in pensiero per i dispersi e si fissano le regole per evitare un evento simile nelle escursioni successive.. E con la pace recuperata, possiamo goderci una nuova porzione della necropoli.
Cominciamo poi la risalita, per portarci dove sono le automobili. E’ terminata un’altra visita, che ci lascia gli stessi pensieri delle altre volte: l’intensa vita di un tempo in questi luoghi, il senso di abbandono attuale, la lenta distruzione operata dal tempo con la complicità dell’uomo, la necessità di salvare la Tuscia. E’ stata una visita diversa. Quando si va nelle metropoli maggiori come Tarquinia, Cere, Veio, ci si rinchiude dentro le pareti dei musei che offrono un’overdose di reperti e si entra a contatto con il flusso turistico. Qui camminiamo da soli e le pareti sono il cielo striato di nuvole bianche, i dirupi dove la vegetazione cresce alla rinfusa, il silenzio che si distende su tutto, spezzato solo dal gorgoglio dei ruscelli, il fruscio delle fronde o il richiamo dei rari uccelli.
Camminiamo con l’occhio vigile, alla scoperta delle testimonianze che qui copiosamente ha lasciato la storia. Un raro momento di immersione nella natura e nel passato, sottolineato dalle osservazione degli amici più esperti e dai nostri pensieri.

ESCURSIONE A SANTA CECILIA (Bomarzo): Usciamo dalla superstrada allo svincolo per Bomarzo e imbocchiamo l’ortana. Una strada in terra battuta sulla sinistra ci consente di scendere nella valle di Fosso Castello. Ci attende un corso d’acqua che si fa strada fra le rocce dove sono presenti buche circolari, chiamate “pile”. La vegetazione giunge in prossimità delle sponde. Camminiamo intirizziti e al freddo intenso qui si aggiunge una palpabile umidità. Superiamo una stretta galleria dal pavimento selciato e raggiungiamo i ruderi del primo molino medievale. Le dimensioni sono modeste, quante ne consente lo spazio tra la parete rocciosa e la riva. Rimangono le ruote di pietra e tracce del sistema idraulico. Continuiamo a camminare fino al secondo mulino. Alla sinistra osserviamo manufatti ipogei e addossate alla roccia che fa da parete al sentiero sono ancora visibili rudimentali mangiatoie. Qui potevano riposare e mangiare gli animali da soma che trasportavano il grano da macinare e riportavano indietro i sacchi di farina.
Proseguiamo il percorso e in prossimità di un ampio gomito abbiamo proprio sopra le nostre teste la Torre di Chia, che nel medioevo presentava un vero e proprio castello munito di un’ampia cinta muraria.
E’ chiamata anche Torre di Pasolini, perché appartenuta al celebre regista che vi si rifugiava per scrivere e riflettere. Prima dell’acquisto aveva composto una poesia che esprime chiaramente il suo rapporto con le nostre terre: Ebbene ti confiderò, prima di lasciarti/ che io vorrei essere scrittore di musica/ vivere con degli strumenti/ dentro la torre di Viterbo che non riesco a comprare/ nel paesaggio più bello del mondo, dove l’Ariosto/ sarebbe impazzito di gioia nel vedersi ricreato con tanta/ innocenza di querce, colli, acque e botri/ e lì comporre musica/ l’unica azione espressiva/ forse, alta e indefinibile…
Il sentiero comincia a salire e si snoda a mezza costa fra una fitta vegetazione. Siamo nella zona di Poggio Casale e la nostra destinazione è il villaggio altomedievale di S: Cecilia. Un agglomerato di ricoveri e abitazioni di fortuna ricavato fra i numerosi macigni vulcanici disseminati nel terreno e fra la folta vegetazione. Un luogo eccellente per nascondersi durante il triste periodo delle invasioni barbariche e continuare a vivere. S. Cecilia, però, si può raggiungere anche in modo più rapido e agevole. Ad un chilometro circa da Bomarzo si può prendere la strada che porta al campo sportivo. Da qui si percorre a piedi un viottolo che conduce ad un piccolo spiazzo roccioso adibito ad area da pic-nic. Si prende poi un sentiero inciso nel tufo e dopo vari saliscendi si giunge al villaggio.
Rocce, pietre, grossi macigni irregolari affiorano tra querce, rovi, edere e muschi presenti dovunque. Man mano che procediamo l’occhio attento si abitua ai numerosi segni lasciati dalla mano dell’uomo. Qui numerosi buchi servivano per inserirvi i pali di un tetto per un ricovero di fortuna e la faccia del masso forniva una solida parete. Là è visibile una vasca ricavata alla sommità della roccia e molti blocchi tufacei presentano ampie nicchie che servivano da credenza e accoglievano i pochi oggetti di uso quotidiano necessari in queste rudimentali abitazioni. Alcune sono accennate, in altre la roccia è lavorata per ricavare ambienti più confortevoli.
Dal luogo si riceve la precisa sensazione che l’impulso alla vita è forte anche nelle situazioni più disagevoli e lentamente si riorganizza e fa il suo corso. Esplorando il villaggio, accolti dal silenzio, identificando i segni, siamo completamente immersi in una pagina di storia e accumuliamo emozioni che non può rendere né parola, né pagina di libro. Qui tutto sa di precarietà e di durezza. Lontani anni luce lo sfarzo, le comodità, lo spreco. Si respira l’incertezza, la vigile apprensione, la fatica per sopperire alle necessità della vita quotidiana. Ci coglie il grido di orrore alla vista degli invasori assetati di saccheggio e di sangue, l’ansia per non rivelare la propria presenza, la necessità di mettere in salvo i bambini. Ma cogliamo anche i segni che, allontanato il pericolo, la vita riprende il sopravvento.
Seminascosto tra le foglie scorgo un bordo semicircolare ricoperto di muschio immediatamente sotto un esiguo manufatto e per le strane associazioni che si producono nella nostra mente il mio pensiero corre in un lampo al grosso tino di legno che da bambino avevo visto utilizzare dal nonno. Rivedo il foro per l’uscita del vino praticato nel fondo e la buca ricavata sotto per sistemarvi il recipiente. E infatti, tolte le numerose foglie, ho sotto le mie mani una pestarola. Quanto vino avranno prodotto? Serviva a più famiglie? E dove era situata la vigna se qui è tutta macchia, per sfruttare la protezione e nascondersi?
Camminando cauti fra le pietre ci accorgiamo di un particolare importante. Nonostante la giornata rigida il luogo dove sorge il villaggio ha un clima mite, riparato come è dai venti e ben esposto al sole.
Certo i nostri progenitori possedevano una competenza nella scelta delle posizioni favorevoli per il clima e la difesa che abbiamo perduto a favore di una tecnologia che ci rende facilmente arroganti e dimentichi delle più elementari norme di prudenza.
Continua l’esplorazione dell’antico pagus dove riusciamo a individuare avanzi di focolari, cataletti di scolo per le acque, buche ed incassi per conservare l’indispensabile, infiggere travi per sostenere coperture e tetti. Poi su due spiazzi ricavati sopra i massi più grandi e invasi dal muschio, i resti evidenti di una minuscola chiesa e attorno numerosi sarcofagi di ogni misura e dalla caratteristica forma che riproduce il corpo umano. La chiesetta era di pietra e i conci lavorati e squadrati con cura, sono tutti ammucchiati così come sono caduti. Gli archetti ciechi che l’adornavano ricordano quelli della basilica di S. Pietro a Tuscanica e l’abbiamo trovati anche nei ruderi della chiesa di Norchia.
Il complesso è una chiara testimonianza che la vita è più forte del pericolo incombente e continuato e lentamente si riorganizza. La spinta è sempre la stessa: i bisogni della vita quotidiana, il vantaggio di rimanere insieme e dare un minimo di regole alla comunità. Le invasioni seguite al crollo dell’Impero Romano non spensero la fede e questo villaggio che durò fino a che durò lo stato di necessità ne è la prova eloquente. Anche in condizioni estreme i credenti conquistati dalla nuova fede vollero avere la loro casa di preghiera e vollero stringersi attorno ad essa anche dopo la morte. Non posso fare a meno di soffermarmi su una considerazione.
Il desiderio di rimanere vicino ad un eroe o ad un personaggio illustre dopo la morte c’era anche nel mondo pagano. Ma ora è operante una consapevolezza nuova: negli uomini di questo periodo s’è fatta strada la differenza fra la vera fede e le superstizioni pagane. Stare vicino, quasi a contatto fisico, con chi l’ha professata doveva sembrare un pegno di salvezza e una solida promessa di vita eterna. E un’altra considerazione ricaviamo da luogo. Sta iniziando la pratica di seppellire i morti dentro i centri abitati. La legislazione romana era chiara: necropoli e sepolture dovevano avvenire fuori delle città. Anche le catacombe cristiane rispettano queste norme e venivano costruite lontano dai centri abitati, seppure con criteri improntati ad una nuova visione della vita e della morte.
La visita a S. Cecilia volge al termine e ci accingiamo a ritornare dentro le pareti delle nostre case e alla vita quotidiana. Lì siamo stati momentaneamente dentro una pagina di storia che non è presente nei libri di testo e abbiamo vissuto emozioni ed atmosfere che nessun documentario può rendere.

ESCURSIONE A SAN GIULIANO 2 (Barbarano Romano): Questa volta la destinazione del gruppo è solo l’area delle necropoli.
Abbiamo intenzione di visitare quella del Caiolo, a nord-est dell’antico centro abitato ( alcuni lo identificano anche con l’oppidum di Cortuosa ), oltre il fosso di S. Giuliano. Lo cominciamo a costeggiare dopo aver lasciato la strada asfaltata che da Blera conduce a Barbarano. Giunti nella zona attrezzata che funge da ingresso, veniamo inghiottiti dalla via cava che sulla sinistra scende verso il fosso. Qui alberi dalle enormi radici completamente allo scoperto stanno incollati alle pareti succhiando il nutrimento chissà da dove. Ci immettiamo nella gola dove le acque gorgogliano tranquille e il paesaggio è quello di sempre: le pareti fittamente ricoperte da una vegetazione che ora sfoggia tutte le tonalità del verde. Erbe, foglie e arbusti cominciano a mostrare il loro rigoglio dopo i mesi freddi dell’inverno e di una primavera stentata.
Le prime tombe che incontriamo risalendo il fondovalle sono le “Palazzine”. Il nome è stato attribuito dalla gente del luogo a due piccole tombe a semidado del VI secolo, con soffitto a spiovente, banchine e in facciata caratteristiche porte allineate. Ad una prima porta scavata nel tufo segue, cioè, un’altra che immette nella camera. Modalità architettonica che incontreremo ancora durante la visita. Proseguiamo fino a raggiungere a mezza costa una facciata interamente occupata da tombe scavate nel tufo che presentano frane in più punti, vegetazione invasiva e manufatti in rovina. La sensazione che si ricava è quella di una parete sbocconcellata in più punti da un gigante ostile che ha fatto perdere la fisionomia originaria del complesso.
Eppure ci troviamo di fronte a singolarissime tombe rupestri che gli amici più esperti ci aiutano a ricostruire. Abbiamo davanti a noi le Tombe a Portico che vanno dal VI al IV secolo. Sulla fronte del “dado” c’è la porta della camera sepolcrale e sopra una sorta di loggiato, vale a dire un vano aperto anteriormente con tetto piano sostenuto da una unica colonna centrale risparmiata nella roccia. Questa modalità architettonica doveva dare alla facciata rupestre un suggestivo effetto scenografico oggi completamente perduto. Delle colonne rimangono solo i basamenti ed è difficile anche rintracciare le scalette intagliate nel tufo che davano accesso alla “loggia” dove si svolgevano i rituali funerari. E’ visibile una sul lato sinistro e certamente altre erano predisposte per passare da un vano a quello contiguo. Ci chiediamo quanto ancora sopravviverà questo “unicum” dell’Etruria prima della sua rovina e scomparsa totale.
Visitate le camere sepolcrali, scattate le foto, esaminati i particolari, il gruppo si avvia in fila indiana sul sentiero che porta alla Tomba dei Carri. All’appello manca però Salvatore che raggiunge gli ultimi per comunicare la sua scoperta: calandosi in un buco seminascosto dalla vegetazione, ha individuato una tomba ricolma di terra che vale la pena di vedere. Siamo in quattro a staccarci dal gruppo che prosegue la sua marcia e, naturalmente, Mario non può mancare. Si cala nel buco, prosegue carponi con la torcia e chiama gli altri. E’ una piccola tomba con soffitto a spiovente, la terra franata ricopre le banchine ma non tanto da nascondere la spalliera di quella a sinistra: di donna! La banchina di sinistra per una deposizione femminile, quella di destra per la maschile. Tomba degli Sposi è il nome che gli attribuiamo con una certa emozione.
Qui una coppia che si è amata nella vita ha voluto rimanere insieme anche nel sonno eterno. La nostra escursione continua con una tomba a fenditura superiore scavata nella roccia. Queste sono tra le più antiche e si trovano generalmente nella parte alta delle necropoli. C’è una regola spesso rispettata, ci dice Mario: vicino al centro abitato o nella parte più alta le sepolture più antiche. Man mano che ci allontaniamo, anche i secoli si avvicinano a noi. Riguardo alle modalità di costruzione abbiamo questa successione: prima le tombe a fossa, poi le tombe a fenditura superiore, quelle a tumulo, quelle a camera con banchine e in ultimo le tombe a camera con sarcofago.
Raggiungiamo la Tomba dei Carri, nome dato dai locali perché vi furono trovati cerchi di ruota. E’ del VII secolo ( periodo orientalizzante, ci avverte la segnaletica ). E’ a fenditura superiore, ma mentre quella di prima era interamente scavata nella roccia, questa è costruita. Presenta una anticamera, una camera e una porta di chiusura tra i due vani. Troviamo analoghe modalità costruttive in tombe a S.Giovenale, Vetulonia e nella Porta dei Leoni a Micene, ci assicura Mario che ricorda tutto e ci regala anche una sentenza rivelatrice: “ Dove c’è la mentuccia e le ortiche, lì ci sono anche gli Etruschi “.
E i luoghi in cui ci troviamo lo confermano puntualmente. Nel mix di profumi che continuamente ci assalgono risulta inconfondibile quella del timo in fiore e della mentuccia, che propiziarono il sonno dei nostri antenati e ora accompagnano la nostra visita. Davanti a noi e dall’altra parte della vallata, si stende tutta una parete dove la vegetazione è “esplosa” con una incredibile tavolozza di verdi: c’è quello scuro dei lecci, quello tenero delle querce e quello rugginoso delle piante malate. E immerso nel verde è tutto un susseguirsi di richiami degli uccelli indaffarati nelle loro incombenze quotidiane e intenti a presidiare il territorio, acuti sulla sinistra, più flebili in lontananza, perentori e ripetuti vicino a noi.
Lasciata la Tomba dei Carri ecco il Tumulo del Caiolo, del VI secolo, con apertura a calata di sole. Il tamburo è riccamente decorato da modanature a rilievo di tipo ceretano. Il vestibolo è a pianta rettangolare, ha il soffitto piano con cinque grosse travi da sostegno scolpite e la camera sepolcrale con due letti funebri è preceduta da una coppia di pilastri. La successiva Tomba dei Letti presenta particolarità la differenziano dalle altre: un dromos con gradinata e nella camera sepolcrale alcuni lettini addossati ai letti maggiori. Visitiamo infine la Cuccumella del Caiolo, un esempio singolare di tumulo costruito con blocchi di tufo scavati nelle vicinanze. All’interno ha due camere costruite sullo stesso asse e precedute da un vestibolo.Fu scavata nel 1960 dall’Istituto Svedese e restituì un corredo principesco del periodo orientalizzante ( VII secolo ).
Il tempo corre e la visita volge al termine. Ma mentre saliamo in macchina, a Mario viene in mente una tomba nelle vicinanze, da vedere assolutamente. E’ la solita “tomba della staffa”. Lasciate le auto a qualche centinaio di metri, seguiamo la nostra guida ad uno ad uno. Compiuto un bel giro, ci ritroviamo al punto di partenza! Ma Mario non è il tipo che molla e finalmente il suo richiamo fra la fitta vegetazione fa accorrere tutti. Entriamo dentro una tomba veramente singolare, l’unica della giornata che ci conduce prepotentemente al mistero della morte e alla visione del mondo posseduta dagli Etruschi. Un dromos conduce ad una cella provvista di ampio pozzo e una scala discendente che sembra volersi introdurre nel grembo della terra. Ai lati del dromos due camere, quella di destra comunicante con la cella. E il nome?
Nessuno ne è al corrente, nessuno ha visto indicazioni. Il fatto non ci sconvolge e affidiamo a Mario il compito di trovargli un nome. Tomba della “Scala degli Inferi” è quello scelto. Che sia questo il segreto custodito dall’ambiente ipogeo?
Nel ritornare imbocchiamo il sentiero canonico e sul cartello un nome: “Tomba del Tesoro”. Di qualsiasi tesoro si tratti, la tomba lo difende gelosamente senza rivelarlo a nessuno.

ESCURSIONE A SAN GIOVENALE (Blera): Ora la strada incassata nel tufo e in leggera salita ha le stesse caratteristiche delle altre incontrate nelle nostre visite e ci porta ai ruderi medievali che offrono al sole le tonalità calde del tufo sbocconcellato Siamo giunti all’area archeologica per la provinciale che da Blera porta a Civitella Cesi e prima di arrivarvi abbiamo imboccato la strada in terra battuta sulla sinistra. Il pianoro presenta la piccola chiesa di S. Giovenale con i muri perimetrali diruti, dove sono però riconoscibili l’abside, la porta d’ingresso e una minuscola torre.
Sulla destra i resti più imponenti di un castello e tutto intorno a noi una campagna che ostenta il pieno rigoglio della vegetazione con i suoi verdi intensi, le chiazze gialle delle ginestre in fiore, i forti profumi delle piante aromatiche a cui si mischiano quelli più tenui di erbe che non riusciamo ad identificare. Sta finendo aprile e con lui aspettiamo la fine delle piogge portate dalle continue perturbazioni che non ci hanno dato tregua. La partenza è stata un po’ temeraria perché le previsioni davano temporali e il cielo era minaccioso in più punti.
Ma siamo partiti fiduciosi confortati dal fatto che tutte le escursioni sono andate sempre a buon segno. Forse lo dobbiamo all’intervento benigno degli etruschi. In fondo lo sanno che la nostra presenza tende alla difesa e riscoperta delle terre dove abitarono e dove lasciarono segni preziosi della loro intelligenza e del loro amore per la vita..
La chiesetta di S. Giovenale può farsi risalire all’VIII° secolo o addirittura prima ed è stata restaurata nel XIII ° secolo. Si trova lungo l’antica strada della Dogana che andava dal mare a Orvieto passando per il territorio di Viterbo. Certamente sorse sui resti di un tempio pagano dal momento che nel centro etrusco di S. Giovenale non sono stati trovati resti riferibili ad aree di culto.
Ci avviamo verso l’acropoli mentre il panorama attorno a noi sfoggia il verde scuro dei lecci, quello chiaro delle querce e quello rugginoso degli alberi malati. I rondoni sfrecciano in piena libertà e con le folate dei profumi selvatici ci giunge a più riprese il richiamo del cuculo. Giungiamo ad un vasto capannone che protegge i resti di case etrusche. Sulla destra abbiamo la zona residenziale, mentre la sinistra è occupata dai servizi.
Proseguiamo nella visita dell’abitato etrusco, mentre a est, oltre al torrente Vesca che scorre ai piedi del pianoro su cui ci troviamo, abbiamo le necropoli di Castellina Camerata, di Monte Vangone, Pontone Paoletto e Pontesilli. Il pianoro a forma di mezzaluna è stretto e allungato in direzione sud-ovest nord-est e fu occupato da un centro etrusco di origine villanoviana (sec. IX°-VIII°) sorto su un precedente stanziamento preistorico. Gli archeologi pensano possa identificarsi con l’oppidum di Contenebra che era un avamposto fortificato di Tarquinia. Conquistato dai romani, fu abbandonato e parzialmente rioccupato nell’alto medioevo.
Raggiungiamo all’estremità orientale la collinetta del Borgo, dove sotto un padiglione di ferro si trovano i resti di abitazione parzialmente allineata su una strada larga tre metri circa e separati tra loro da vicoli strettissimi, databili dalla fine del VII° al IV° secolo a.C. Senza l’intervento della guida vedremmo solo blocchi di tufo e irrimediabilmente ci sfuggirebbe tutta la ricchezza di questa documentazione. E’ Silvia, la nostra archeologa a spiegarci con pazienza e maestria che ci troviamo in un quartiere suburbano, fuori delle mura.
E’ il più antico documento di officina metallurgica in Italia perché in precedenza operavano solo artigiani itineranti. A rivelarlo sono stati i residui di materiali e l’argilla cotta per la lavorazione dei metalli, scoperti durante gli scavi dell’Istituto Svedese negli anni ’60. Riusciamo ad individuare gli spazi interni delle case: piccole stanze senza finestre dove dalle camere si accedeva al ripostiglio. La vita si svolgeva fuori, nel piccolo cortile dove rimangono i fornelli per cucinare e i pesi da telaio. Ben visibile un cataletto di scolo che si riversava nella fogna e il violetto per andare nelle altre case.
Nessuna traccia di pavimentazione. No è molto, ma sono le prime case in muratura degli etruschi. Prima c’erano solo capanne riunite in villaggio che lasciano ben poco nello scorrere del tempo. Qui restano i tagli delle fondazioni delle case che nel medioevo furono coperte dalla terra per piantarvi vigne. Il materiale preso dalle abitazioni, blocchi sagomati per aderire senza malta, servì alla costruzione del castello medioevale (XIII° secolo), operazione abbastanza frequente nelle nostre terre dove nello stesso luogo si succedono più età.
Abbiamo deciso di rimandare ad una seconda visita i resti degli insediamenti dell’età del bronzo nell’area centro orientale e il villaggio dell’età del ferro che si trova più ad ovest.
Gli scavi hanno individuato resti di diverse capanne ovali che avevano pareti costruite con canne e fango e tetto stramineo.
Ora ci interessano le necropoli e raggiungiamo quella di Casale Vignale dove ci attende la Tomba della Sedia, della seconda metà del VI° secolo. Ci restituisce il modello delle case etrusche e rappresenta la fase di passaggio dal tumulo al dado. La tomba a tumulo successiva è del VII° secolo: ha il dromos con le scale, due camere nello stesso asse e le cellette laterali per persone estranee alla gens. Il lettino più basso addossato alla banchina serviva per collocarvi il corredo funerario.
Percorriamo ora la Tagliata delle Poggette , dove la via di età arcaica è incassata nel tufo e ci conduce alla necropoli settentrionale di Porzarago , separata dal centro abitato dalla valletta dove scorre il Fosso del Carraccio, affluente del Vesca. La prima tomba che visitiamo è la Grotta Tufarina, un tumulo quadrato con due camere: nella prima il letto funebre di sinistra è per una donna, quello di destra per un uomo. La seconda camera era per due uomini. La tomba successiva è quella della Regina, del VII° secolo. Nella necropoli sono attestate le più antiche sepolture costituite da cremazioni entro pozzetti dell’età del Bronzo e del Ferro.
Con la visita che volge al termine abbiamo un altro importante tassello per ricostruire l’identità della Tuscia. Ma questa importante operazione non va dissociata dall’altra ancora più strategica: quella , cioè, di unire le forze. Gli abitanti della Tuscia procedono in maniera isolata e in ordine sparso proprio come duemilaquattrocento anni fa, quando l’Etruria venne inesorabilmente ingoiata dalla potenza romana. Con una grande differenza. Roma conquistò, distrusse, sottomise ma contemporaneamente costruì una civiltà e dette senso di appartenenza. La deriva della nostra terra non lascia sperare nulla di buono e il luogo dove conduce appare il contrario della civiltà.
Per invertire la tendenza occorre un grosso sforzo politico: mettere la Tuscia al centro dell’impegno delle popolazioni e delle istituzioni, quasi un atto eroico. Incentivare la conoscenza della nostra terra e dare alle popolazioni il senso di appartenenza e dello sforzo comune. In una parola inventare una politica nuova che superi il meccanismo dei depliant, dei convegni che lasciano tutto come prima e delle poltrone virtuali.


ESCURSIONE ALLA SELVA DI MALANO (Soriano nel Cimino): L’ ambiente è quello consueto della Tuscia: tormentato, solcato da fossi e torrenti, dove valli tortuose si alternano a pianori tufacei, con pareti a strapiombo, anfratti, declivi.
La valle dove ci troviamo è piena di macigni rotolati quando la zona era sconvolta dalle eruzioni vulcaniche. Grandi e piccoli, dritti e obliqui, lasciati lì e immobili da millenni e pian piano adattati dall’uomo ai suoi scopi. Che cosa ci fa l’uomo con grossi blocchi di tufo sparsi nel terreno, direte voi. E allora non conoscete l’Etruria e avete bisogno di leggere le nostre righe.
Siamo entrati nella Selva di Malano frequentata dall’uomo fin dal neolitico, a nord di Viterbo, vicino a Bomarzo ma in territorio di Soriano. Stiamo scendendo la valle del fosso Serraglio e alla nostra sinistra ci accompagnano alte pareti rocciose che a tratti presentano la vegetazione incontrata più volte. Ma se affidandovi al nome pensate di imbattervi nella intricata foresta che impauriva i romani nella loro guerra contro gli Etruschi, vi sbagliate di grosso. Gli attuali agricoltori hanno piantato qui estesi noccioleti e gli alberi che vediamo attorno a noi sono carichi di gemme in procinto di sbocciare. Le aree rimaste a bosco sono limitate e nella vegetazione spontanea l’ulivo convive con l’alloro, il biancospino, la rosa selvatica, le felci e le ginestre e a breve distanza appare la chiazza gialla di qualche pianta di mimosa.
Man mano che scendiamo prende forma il paesaggio, la visuale si allarga e ad est intravediamo qualche tratto del Tevere, i centri abitati dell’Umbria nella sponda opposta e in lontananza il profilo degli Appennini con la cima innevata del Terminillo. Abbiamo raggiunto la zona abbandonando la superstrada all’altezza si Bomarzo, prendendo la provinciale che va ad Orte e immettendoci dopo qualche chilometro nella strada in terra battuta che si presenta a destra.
Sappiamo che la vasta area della Selva di Malano, nelle sue valli, nei suoi rilievi, nella use rupi e saliscendi squaderna copiosamente una incredibile varietà di resti archeologici: mura megalitiche, resti di strade, tombe, epigrafi, capanne preistoriche, dolmen, pestarole, are, tombe del re e della regina come generalmente la gente chiama le sepolture del princeps locale. Le guide che stiamo seguendo ci portano in una zona dove numerosi macigni di varie dimensioni hanno conosciuto la mano dell’uomo.
Alcuni hanno ripidi gradini scavati nel tufo che portano ad un piano superiore, altre hanno sopra una vasca rettangolare. Ci colpiscono rocce che affiorano dal terreno e presentano tre piccole vasche, un grande blocco sagomato a cubo, tre are ravvicinate forse da mettere in relazione alla triade etrusca Uni, Tinia, Menerva. La sensazione immediata è quella di trovarci in una zona collegabile al culto, alla religione. Ma perché utilizzare i massi vulcanici sparsi nell’impervia contrada? Quale criterio guidava la mano dell’etrusco? E quale funzione incorporano?
A tentare qualche risposta ci soccorrono alcune osservazioni: i macigni sono carichi di energia che gli antichi sapevano captare meglio di noi, sopraffatti come siamo dalla nostra tecnologia. Inoltre evocano la durata e il monte, dove nelle culture dei vari popoli avveniva il contatto con la divinità. Le ripide gradinate rappresentano una salita per entrare in contatto con esse e il podio accennato alla sommità dei macigni era il luogo dove il sacerdote poteva cercare il collegamento, oppure scrutare gli astri o il volo degli uccelli attraverso il quale doveva essere interpretata la volontà divina.
L’abbondanza di are nel luogo ci suggerisce che siamo in presenza di una scuola dove gli antichi sacerdoti istruivano gli apprendisti. Un vero e proprio seminario, diremmo oggi. Il grande blocco a forma di cubo che presenta una faccia bugnata non ha gradini, non era fatto per salirvi. La sua funzione poteva essere didattica: presso i popoli antichi il cubo rappresentava la stabilità, la terra. Vederselo davanti era come accingersi ad allentare il contatto con il mondo per proiettarsi nella dimensione dove dimorano le divinità. Il macigno a qualche metro di distanza, provvisto di scalini e di un podio accennato alla sommità è chiamato dai locali “Sasso del Predicatore” e in effetti richiama alla mente il pulpito sopraelevato delle nostre chiese.
Noi non sappiamo se gli etruschi erano abituati alle prediche. Ma che erano abili ad esaminare le viscere degli animali sacrificati e ad osservare il volo degli uccelli lo sappiamo da diverse fonti scritte. Famoso in epoca romana era l’ordo LX haruspicum e per legge i rampolli dei princeps etruschi dovevano essere educati all’aruspicina. Durante le stesse guerre etrusco-romane non si muovevano gli eserciti senza il preventivo responso degli aruspici.
Scendendo ancora nella valle giungiamo nella località San Nicola dove ci attende una tomba con epigrafe e finta porta e una tomba ad arcosolio che presentava un intonaco dipinto di cui rimangono tracce. E’ vicino ad un complesso archeologico dove al manufatto pagano si sovrappone una costruzione cristiana. Sono i ruderi medioevali di S. Nicolao che si presenta in completo stato di inaccettabile abbandono: la base rocciosa su cui sorgono presenta tre tombe con caratteristiche nicchie per la deposizione delle urne cinerarie. Al di sopra di essa rimangono le mura perimetrali della chiesetta dedicata al santo. Mi colpisce il sistema di accesso al piano superiore utilizzato dagli etruschi: un corridoio che curva invece della più probabile gradinata a perpendicolo. Un modo di cui sfugge il significato e riscontrato in altri manufatti del territorio, come la “Ruota del Ciciliano” a Viterbo.
Ben visibili poi sono i numerosi buchi scavati nella parete per sistemarci i pali di una tettoia e aumentare i vani disponibili. Un sistema largamente usato nella Tuscia quando la vita continua a fluire nelle varie epoche e si è attenti ad un uso economico delle risorse, dove lo spreco è sconosciuto. La fase finale dell’escursione ci riserva una sorpresa dovuta all’occhio attento di Mario e alla sua capacità di individuare reperti e angoli archeologici che sfuggono al normale visitatore. Continuando a scendere, nelle pieghe del terreno rintraccia un piccolo tempio franato e chiama il gruppo a raccolta.
Confuso tra i massi, inclinato e ricoperto di muschio, la caratteristica sagoma che riproduce il tempio, con modanature, fregi agli spigoli che sembrano facce e vaschetta nella parte superiore che poi apprendiamo conteneva una piccola statua. La visita volge al termine e ci avviamo lungo la salita del ritorno carichi di sorpresa come sempre. Abbiamo scoperto un nuovo angolo della Tuscia, guadagnando emozioni e stupore. Qui da noi ogni luogo è diverso, non si ha mai la sensazione del già visto. I popoli che nel corso dei secoli hanno abitato le nostre terre vi hanno impresso il segno della loro operosità e intelligenza. Ma anche la natura presenta sempre una faccia diversa.
Percorrendo una valle, salendo su un colle, affacciandoci su un dirupo non si sa mai che cosa si presenterà alla vista.
Certo il terreno accidentato del viterbese non favoriva le comunicazioni quando per spostarsi ci si affidava soprattutto alle proprie gambe. E questo certamente accrebbe l’individualismo dei nostri progenitori giunto abbastanza inalterato fino al giorno d’oggi. Oggi però che l’auto annulla i tempi e riduce le distanze, la Tuscia è completamente a portata di mano per tutti. In una manciata di minuti siamo in grado di giungere in ogni angolo della nostra provincia. Abbandonarci alla nostra indolenza, rifiutarci di conoscere i luoghi che ci hanno dato i natali è una operazione di perfetto autolesionismo e un imperdonabile errore.

ESCURSIONE ALLA NECROPOLI DI PIAN DI MOLA E A SAN POTENTE (Tuscania): La Tuscanese comincia a discendere prima delle curve che conducono al ponte sul Marta. A destra abbiamo il fiume che scorre ai piedi del pianoro di Pian di Mola su cui siamo diretti. La nostra meta è la sua necropoli che in tutta la sua estensione mette in mostra tombe che vanno dall’VIII secolo fino al primo in un ambiente scenografico che ha come cornice una vegetazione in pieno rigoglio, la necropoli della Peschiera sull’altro versante della valle e il colle di S. Pietro a sud-ovest su cui svettano le torri e appare la facciata della stupenda basilica romanica. Man mano che l’auto avanza ne scorgiamo il profilo che presto scompare alla vista mentre proseguiamo verso la fine delle curve dove imbocchiamo la strada laterale che porta alla cartiera e si inerpica poi a Pian di Mola.
Il luogo deve il suo nome ad un molino, la “Moletta”, che una volta era in piena funzione nel fondovalle. Sfruttando le acque del Maschialo veniva utilizzata per molire il grano di generazioni di tuscaniesi finché una alluvione degli anni ’60 se la portò via completamente lasciandola solo nella memoria delle persone più anziane. Parcheggiate le macchine ai bordi della strada bianca, iniziamo la discesa in un terreno dove l’erba ci arriva abbondantemente ai fianchi, guidati da Mario che procede sicuro come se possedesse un navigatore satellitare incorporato.
Poi il terreno prende la fisionomia di un agevole sentiero che scende a mezza costa dove ci attendono diverse tombe a casa con portico, incastonate fra altre tombe a dado, in origine del tipo a casa.
L’effetto è sicuramente scenografico: nella parete sfilano una accanto all’altra, lievemente sfalsate, le tombe scavate nel caratteristico tufo dal colore caldo, assidiate da una vegetazione prepotente dove si distinguono lecci, ginestre, sugheri, serque, rovi, sambuchi, scopie, olivelli e oliterni, mentre ci giunge un odore pungente di aromi selvatici. Il loro intrigo costituisce un sicuro rifugio per cinghiali, volpi, istrici e tassi mentre echeggiano a destra e a sinistra i gorgheggi degli uccelli. <apprendiamo che qui fanno il nido piche, corvi, ghiandaie, merli e cuculi e il verso dell’upupa accompagna il sonno interminabile degli antichi tirreni
Sopra sfilano le tombe del periodo più antico, mentre a quoto inferiore si trovano i sepolcri rupestri di età ellenistica (III – I sec. a.C.).
In realtà non vediamo niente dal momento che una impenetrabile coltre vegetale ricopre tutta la costa fino al fondovalle da cui ci giunge il rumore delle acque del Maschialo che scorrono tranquille. A breve distanza giungiamo al complesso monumentale più celebrato di questa necropoli: la Tomba a casa con portico tetrastilo (575 a.C.). Riparata da una tettoia, in buono stato di conservazione, fu scoperta negli anni ’80 dai soci del locale Archeoclub che stavano ripulendo la zona.
La facciata presenta due finte porte ai lati di quella reale ed è preceduta da un portico con quattro colonne, inquadrato da ante e impreziosito da eleganti modanature di gusto ionico. L’ambiente interno è costituito da tre celle e quella centrale ha la funzione di vestibolo. Sul columen erano collocate come ornamento due sfingi e un leone ruggente ed una nutrita serie di cippi ad omphalos e a casetta. Il tetto a due spioventi risulta definito lateralmente da frontoni sormontati da due rari acroteri del tipo a disco e quello più complesso decora il lato corto della tomba orientato a sud, in direzione del colle di S. Pietro. Il tetto piano del portico assolveva anche alla funzione di piattaforma per il culto funerario, raggiungibile per mezzo di una scaletta addossata al lato corto di sinistra.
La tomba, in parte scavata nel banco tufaceo e in parte costruita, era collocata in una posizione di studiato risalto e cioè presso la sommità della via sepolcrale che scendendo verso il fondovalle proseguiva in direzione del colle di S. Pietro. “Il complesso monumentale di Pian di Mola, scrive l’archeologa A.M. Sguaini Moretti, (Guida al Museo Archeologico di Tuscanica) può essere considerato un punto di riferimento fondamentale nella storia dell’architettura funeraria etrusca. Non solo, ma l’imponente sfilata di tombe rupestri che ad esso fa da quinta offre nuovo credito a quanto già in precedenza proposto circa la possibile identificazione di Tuscanica quale centro elaboratore e propulsore di un modello architettonico che solo più tardi sembra diffondersi verso nord e verso sud”.
Esaminati attentamente i dettagli, esternate le osservazioni e i problemi, ci attardiamo su alcune tombe a fenditura superiore e ad ogiva databili all’VIII° e inizi VII° a.C. E’ Mario a dirci che sono le più antiche e riproducevano la capanna e che nelle tombe a camera il columen in negativo è il residuo di questa forma architettonica, mentre il columen in positivo imita la casa a due piani.
Ora vogliamo proseguire verso la Tomba del Dado che a specchio è collocata nel versante opposto della vallata. Questo era il progetto iniziale, ma dobbiamo rinunciarvi per una vegetazione che fa da muro e non offre varchi di sorta.
La tomba della necropoli della Peschiera che in piena tridimensionalità imita la casa etrusca, va citata per un fatto particolare. Scoperta negli anni ’60 dall’assuntore di custodia Tizi Giovanni, scavata e restaurata dalla Soprintendenza, dimostra con l’evidenza dei fatti quanto inconsistenti siano le valutazioni degli archeologi che scrivono a tavolino, con una visione settoriale dei fenomeni archeologici, senza la conoscenza dei luoghi e la necessaria interrelazione delle emergenze che presentano. La tomba, databile al VI° sec. a.C. annullava le convinzioni di quanti consideravano Tuscania un centro tardo etrusco di scarsa importanza, basandosi solo sugli scavi che nel XIX° secolo avevano restituito solo testimonianze di epoca recente.
E’ giunto il momento di lasciare Pian di Mola.
Ma dove andare se non c’è accesso all’altro versante della valle? Chiedo a Mario se conosce la necropoli di Sasso Pinzato. Non l’ ho mai visitata, né letto niente su di essa. So solo che c’è il “sasso” che dà il nome alla zona: una specie di grosso obelisco naturale e questo all’occhio dei primitivi indicava il carattere sacro della zona. La nostra guida ci porta in un’area contigua e ci fa visitare un tumulo interamente ricavato nella roccia, con dromos, celle tripartite, due letti in ogni camera e travature nel vestibolo che imitano la tettoia.
Il luogo è un tripudio di fiori selvatici, sopra il tamburo del tumulo e tutt’intorno.
Cornice migliore gli etruschi non potrebbero chiedere.
Poi Mario ci conduce a visitare un classico delle nostre terre: una cava di tufo aperta negli anni ’50 su una zona piena di tombe a fenditura superiore, poi, per fortuna, prontamente bloccata. Il luogo successivo è una rarità. Interamente sepolta sotto la vegetazione, impossibile da individuare per chi non ha gli etruschi nel sangue, una tomba a due ingressi. Facendosi a fatica largo tra erbe ed arbusti, Mario ci conduce in fila indiana al primo e al secondo ingresso: sono due tombe “congiunte” con tetto a spiovente, columen in negativo e banchine interamente sommerse dalla terra.
Il luogo che visitiamo successivamente è a qualche centinaio di metri più sotto e qui Tuscanica ci si presenta in tutta la sua magia. Camminiamo in discesa nell’antica via Clodia. Non vediamo basoli, ma il fondo stradale incassato nel terreno e il profilo del colle di S. Pietro con le torri e la basilica sullo sfondo rivelano che stiamo percorrendo una antica strada etrusco-romana anche al più digiuno di archeologia. Ci attendono in successione una tomba a “forno” sulla sinistra che precede i manufatti etruschi e una profonda grotta sulla destra. Con la volta interamente affumicata e piena di strame che rivela un uso come rifugio per le bestie che si protrae fino ai nostri giorni, lascia indubbi segni della mano dell’etrusco. Mario ci fa notare le tracce delle picconate alle pareti: una più grossolana nella parte inferiore ed una più ravvicinata e pulita in quella superiore.
C’è poi la volta a spiovente e la parete di sinistra provvista di tre incavi contigui, come absidi di tre altari.
Ma i resti archeologici non finiscono qui. In prossimità della grotta, nell’altro lato della strada, una sorgente che fa affluire le sue acque da uno stretto cunicolo dovuto alla mano dell’etrusco. Tutti simboli del sacro che si ripropongono nel fluire dei secoli per arrivare alla presenza cristiana. A pochi metri di distanza visitiamo, infatti, i ruderi di una chiesetta molto antica. Priva di tetto, rimangono solo le mura perimetrali, una piccola abside nella parete di fondo e i pilastri di tre arcate che dovevano scandire lo spazio dell’unica navata.
Come a dire che la costruzione cristiana fu edificata per ricapitolare quello che presentavano le epoche precedenti: il “cielo” rappresentato dall’abside riprende il cielo del manufatto preistorico e la navata suddivisa dagli archi in tre zone riprende la parete tripartita della grotta. E la sorgente? Naturalmente il “Cristo”, da cui sgorga l’unica acqua che disseta e la luce, “la luce vera che illumina ogni uomo”. A chi era dedicata questa piccola chiesa che si intromette in una suggestiva zona densa di simboli pagani?
Apprendiamo che era dedicata a S. Potente e che la prima testimonianza compare in una bolla papale del 750 circa. Una delle rare chiese precarolinge che aumenta il fascino di una zona archeologica dove abbonda il sacro e ne accresce il mistero.

 

 

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